Marc Rich e Glencore: avventura e spionaggio nelle commodities

Marc Rich e Glencore: avventura e spionaggio nelle commodities

Glencore venne fondata nel 1974 da Marc Rich, una leggenda vivente nel settore delle commodities ed uno dei 100 uomini più ricchi del mondo. La sua vita sembra essere più avvincente di un romanzo di spionaggio.

Marc Rich, profugo ebreo fuggito dall’Europa nazista all’età di sette anni, è americano con origini belghe. Diventò presto uno dei più abili commercianti di greggio; fu lui che durante il primo shock petrolifero mondiale (1973) inventò il mercato spot del petrolio, fino ad allora monopolio delle autorità statali.

Il suo biografo, David Amman, afferma che nei più importanti affari degli anni ’70 c’era sempre lo zampino di Rich: contrabbando in Sudafrica, corruzione in Nigeria, lavori più o meno sporchi per conto del Mossad, il servizio segreto israeliano. Proprio per Israele compie l’affare che gli costerà 17 anni di esilio dagli Stati Uniti: vende di contrabbando petrolio iraniano ad Israele.

March Rich fu processato e condannato (il procuratore generale era Rudolph Giuliani, che diverrà successivamente sindaco di New York nel 2001) per crimini contro gli Stati Uniti. Fu costretto all’esilio in Svizzera in attesa dell’estradizione, che non arrivò perchè, altro colpo di scena, nel gennaio del 2001 l’ultimo giorno prima di lasciare la Casa Bianca, Bill Clinton firmò la sua grazia. Nel frattempo, però, Marc Rich si era dato da fare.

Nel 1993 e nel 1994 aveva cercato di impadronirsi del mercato mondiale dello zinco: gli andò male e ci rimise, almeno all’apparenza, il controllo della Glencore, da allora diretta dall’amministratore delegato Ivan Glasenberg, sudafricano di poche parole con la passione per la marcia, e dal tedesco Willy Strothotte, che fino ad allora aveva guidato la Xstrata, colosso delle miniere.

Ma veniamo a Glencore. La società ha una riservatezza leggendaria che le fa assumere quasi i connotati di una setta: ai 500 trader selezionati nelle migliori università del pianeta si chiede un’obbedienza estrema, oltre al fatto di dover essere al centro delle informazioni, politiche e finanziarie, di mezzo mondo. E di agire con l’aggressività di un esercito privato: come nella regione di Katanga, in Congo, dove tra il 2007 ed il 2009 Glencore si assicura il controllo delle più importanti miniere di zinco per meno di 500 milioni di dollari, grazie a un patto con il presidente Joseph Kabila, ma soprattutto sfruttando la crisi finanziaria che fa saltare i canali di finanziamento per i precedenti proprietari.

Con l’arrivo in borsa nel 2011, Glencore fa shopping di miniere e di società, e introduce un po’ di trasparenza nel palazzo di vetro e acciaio di Baar (Svizzera), al cui ingresso spicca un’enorme sfera bucata verso l’alto da una piramide. Sarà questo, almeno, uno dei compiti del nuovo board, chiamato a offrire una faccia rispettabile al colosso delle commodities. A partire da Tony Hayward, ex Bp, silurato per l’incidente nel Golfo del Messico ma ben introdotto nei circoli petroliferi russi, chiamato in consiglio come indipendente, al pari di Li Ning, uno dei miliardari più potenti di Hong Kong.

Ma di questo dovrebbe occuparsi soprattutto il neopresidente: Simon Murray da Leicester, classe 1940, una vita che ben si concilia con la storia di Glencore. A 18 anni Murray, figlio di militari, s’imbarca per l’America del Sud. Un anno dopo si arruola nella Legione Straniera dove combatterà tra Orano e Algeri nel secondo reggimento dei parà, impegnato nel rastrellamento della casbah. Negli anni Sessanta lascia la Legione da sergente e cerca (e trova) fortuna a Hong Kong. Ha scritto un libro sulle sue avventure. Grazie a Glencore troverà certamente materiale per il seguito.

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